Le frazioni in breve

Lanzara, Trivio, Castelluccio, Taverna e Fimiani

(Portale chiesa S. Biagio Lanzara raffigurante

 la SS. Annunziata,  S. Michele Arcangelo,  S. Giuseppe  e l’Addolorata)

Santi patroni

 

 

-Lanzara    (la fondazione …nel tempo)   

Via Vincenzo Calvanese

Via Vincenzo Calvanese

Lanzara si trova in una valle circondata dal monte Santa Maria a Castello, da monte Castello e da monte Paterno: insieme con le altre frazioni offre una varietà di tradizioni, storie e leggende.

Ma a cosa deve Lanzara le sue origini?

La prima citazione documentaria che si ha  di questo toponimo è contenuta nel “Codex diplomaticus Cavensis”, conservato presso l’abbazia benedettina di Cava de’ Tirreni.

Ricerche archeologiche, finora non smentite, hanno individuato i primi insediamenti nelle zone collinose e pedemontane della valle. Infatti sono state rinvenute in località Paterno numerose ville rustiche romane e un notevole sepolcreto del I secolo d.C., sulla collina di Santa Apollinare i resti dell’antica città di Fractanova con il Castrum Augusti, antico castello fortificato (oggi Santa Maria a Castello), nella zona di Codola, in località montagna spaccata, le vestigia dell’antica via consolare Popilia, testimoniate da un antico rudere segnaletico (campanile dell’Orco, allusivo di Annibale che lo attraversò nel 216 a.C.). Il reperto archeologico senz’altro più importante è l’acquedotto Augusteo del I secolo a.C. che faceva scorrere nel suo condotto dalle sorgenti del Serino (fiume Sabbato) l’acqua fino a Capomiseno nella Piscina Mirabile (grosse cisterne per la raccolta delle acque  provenienti da Serino) ove era ancorata la flotta romana.

La lunghezza dell’acquedotto dalla sua origine fino a Misero è di circa 90 km. Alla profondità di 45 metri è stato ritrovato uno scheletro umano, molte monete di rame e poche d’argento di Filippo e di altri re di Spagna dei principi del ‘600.

I suoi primi centri urbani risalgono agli anni 750-800 a.C. Sin  dalla sua origine Lanzara fu protagonista di vicende belliche. Fu devastata dai Saraceni dopo l’800, ma nell’877 presso Codola i Saraceni furono sconfitti dal duca di Napoli, Sergio.

Si racconta che in seguito Annibale abbia attraversato la nostra zona per arrivare a Nuceria, ne è testimonianza il “Passo dell’Orco” per punire la città che era stata alleata di Roma.

I nostri antenati gridando “Arriva l’Orco” scapparono sui monti di Siano.

In seguito vollero tramandare ai posteri il loro spavento chiamando il passo della Montagna Spaccata “Passo dell’Orco”.

Oggi quel luogo continua a chiamarsi “Campanile dell’Orco” e sono trascorsi duemila anni.

Uno dei ritrovamenti archeologici più interessanti è senz’altro il ritrovamento di una necropoli risalente alla prima epoca cristiana, in località Paterno.

Lanzara fu cristiana fin dal I secolo del cristianesimo. Forse la prima chiesa costruita fu quella della Madonna delle Serre a Paterno.

L’ultima fu quella di Santa Maria a Castello perché fu compresa nel Castello al tempo dei Frati Bianchi o Umiliati.

La formazione di Lanzara, come centro urbano, si può invece far risalire al 790-800 d.C.

Fu in questo periodo che il  Duca di Benevento, Zotone I, aveva creato intorno alle varie città borghi e villaggi. Quando occupò il territorio di Nocera si formarono dei centri abitati come Pero (Bracigliano), Siano e Castel San Giorgio.

Anche presso il castello di Fossalupara sorsero centri quali Lanzara, Paterno e il declivio di Santa Apollinara.

L’agglomerato di Lanzara si sviluppò facendo un tuttuno con la vecchia Taverna, detta poi Casal Nuovo a partire dall’anno 1000 quando poi fu costruito il castello ad opera dell’principe di Benevento Arechi II sulla cima della collina di Sant’Apollinare, a guardia del Passo dell’ Orco e di Paterno.

Via Vincenzo Calvanese - pressi di Villa Antonietta (oggi scuole medie)

Via Vincenzo Calvanese – pressi di Villa Antonietta (oggi scuole medie)

Lanzara e la Chiesa di San Biagio

Campanile Chiesa San Biagio

Campanile Chiesa San Biagio

Lanzara è posta sulla via consolare Aquilia che si trova al centro di numerosi avvenimenti storici. La via Aquilia aveva per la Repubblica nocerina, un ramo di diramazione tra Trivio e Lanzara che per Fimiani, San Potito, Materdomini portava per Iroma a Portaromana che era il termine della città.

Questa via fu fatta costruire dal censore romano Appio Claudio Cieco nell’ anno 312 a. C.. Tale strada terminava a Reggio.

Lanzara per tutto il periodo romano, svolse un ruolo significativo e ciò lo testimoniano i numerosi reperti archeologici rinvenuti nella zona. Si deve ai Longobardi la costruzione del castello sulla collina di Santa Apollinare e ancora ai Longobardi la sua annessione al territorio del gastaldato nocerino.

Seguirono i Normanni, poi gli Svevi e gli Angioini.

Fu questo un periodo buio, perché i baroni feudatari locali impedirono uno sviluppo socio-economico e culturale, lasciando la popolazione nell’ignoranza e povertà.

Con I’avvento dei Borboni, a Lanzara si assiste alla nascita di famiglie che, esprimendo uomini di cultura, professionisti ed imprenditori, promuoveranno una ripresa economica e culturale della popolazione.

Alla ripresa economica e culturale si associa un notevole impulso per la religiosità.

Nel 1774 si assiste alla costruzione ex novo della Cappella della Congregazione di San Biagio, attigua alla parrocchiale chiesa, che anch’essa nell’anno 1795 subirà un radicale intervento di ristrutturazione ed ampliamento con costruzione della cupola maiolicata del Campanile.

Durante il XIX secolo si consolidarono tutte le premesse di sviluppo economico e culturale, con la strutturazione di un solido tessuto sociale fondato sul professionismo, espresso da valenti medici, architetti di fama, notai, avvocati, ecc., sull’industriosità imprenditoriale e su vere e proprie scuole d’arte di scalpellini e fabbricatori. Anche il lavoro femminile subì una trasformazione, l’umile lavoro dei campi sarà in buona parte sostituito: dall’artigianato della tessitura, filatura e soprattutto del ricamo che sin da quell’epoca ha rappresentato il vanto dell’artigianato femminile lanzarese.

Intanto agli albori del XIX secolo si assisteva a grossi mutamenti politico-amministrativi, infatti nell’anno 1806 con la salita al trono del Regno di Napoli di Giuseppe Napoleone fu abolita la feudalità. Le vecchie università feudali lasceranno il posto ai comuni. Il territorio lanzarese fu annesso al comune di Roccapiemonte, ma solo per pochi anni, infatti, a causa di un disguido, era passata al Comune di San Severino e, solo dopo il crollo dell’impero napoleonico nel 1814 e la fuga di Gioacchino Murat, fu assegnata al Comune di San Giorgio.

panorama lanzara

panorama lanzara

Nell’anno 1858, un evento storico di grossa risonanza, meritevole di essere rievocato, fu l’inaugurazione del primo traforo ferroviario del Regno di Napoli aperto dai Borboni il 31 maggio 1858 in località Codola nella stessa direzione del Passo dell’Orco.

Durante il Risorgimento italiano, Lanzara rivestì un ruolo di primo piano, a tal proposito è ancora oggi vivo il ricordo di due episodi che testimoniano ciò. Il giorno 7 settembre dell’anno 1860, fu un lanzarese, il capitano Carmine Calvanese che in rappresentanza del Comune di Castel San Giorgio, rese omaggio all’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, di transito in queste zone durante la spedizione dei Mille.

Di Rilevante importanza storica è anche il legame che Lanzara ha avuto con uno degli artefici del Risorgimento, il generale Giuseppe Avezzana, che legato da vincoli di parentela con la famiglia Lanzara, (nonno di donna Giuseppina sposa di don Eugenio Lanzara) volle onorare il Palazzo Lanzara affidandogli la custodia di un glorioso cimelio con il quale il popolo di Roma, memore della liberazione della città dai Francesi, omaggiò Garibaldi. Tale cimelio, consistente in una corona di lauro, fu donato dallo stesso Garibaldi ad Avezzana.

Dall’inizio dell’Ottocento Lanzara assunse un ruolo di grande importanza nella vita culturale e politica dell’intero Agro Nocerino.

L’attività politica a Lanzara raggiungerà i massimi livelli dopo l’unità d’Italia, quando nel 1865 l’avvocato Cavaliere Francesco Calvanese fu eletto deputato al parlamento nella IX legislatura (la seconda unitaria) seguito nel 1870 dalla elezione al parlamento dell’avvocato Giuseppe Lanzara (XI legislatura).

Un fenomeno che è stato rilevante per la storia del paese, soprattutto negli ultimi anni dell’Ottocento ed inizi del Novecento è l’emigrazione dapprima verso gli Stati Uniti d’America e successivamente verso l’America del Sud (Argentina e Brasile). Infatti i muratori, gli scalpellini e gli imprenditori avevano bisogno di un lavoro continuo che una piccola comunità, purtroppo, in quel periodo non poteva sempre assicurare. Nell’anno 1923, per volere delle attività locali, fu realizzato Parco della Rimembranza per i caduti della Prima Guerra Mondiale.

Mulino (Piazza Giuseppe Lanzara)

Mulino (Piazza Giuseppe Lanzara)

Il maggior simbolo di religiosità del nostro paese è la chiesa con relativa statua del santo protettore San Biagio.

L’epoca in cui è stata posta la prima pietra è sconosciuto, ma si sa con certezza che nell’anno 982 era già esistente e dedicata a Sant’Angelo riflettendo il culto di San Michele Arcangelo di cui le popolazioni longobarde erano particolarmente devote dopo la loro conversione al cristianesimo.

Solamente nell’anno 1309 per la prima volta si legge che la chiesa è dedicata a San Biagio.

La chiesa originaria, intitolata a Sant’Angelo prima e San Biagio poi, dovette essere dapprima una semplice cappellania e poi rettoria dipendente forse dall’antica parrocchia di Sant’Angelo di San Severino.

Solamente nell’anno 1511 diviene parrocchia autonoma.

Nel 1712 si iniziò la costruzione delle basi inferiori dell’attuale campanile che vedrà la sua conclusione nell’anno 1795. Nel 1748, sotto la guida del parroco don Marco Quaranta, fu costruita una sacrestia con terra santa. Dallo stesso parroco viene comperata, nel 1774 la statua di Sant’ Antonio. Il 7 aprile 1774 viene costruita la cappella della Congregazione da parte dell’architetto Carmine Calvanese e 20 ottobre si fece dotare questa di un portale in pietra viva, ma dobbiamo aspettare il 1776 per la consacrazione.

L’otto settembre 1793 fu deciso nella venerabile congregazione di San Biagio di ristrutturare l’edificio sacro ormai in degrado. Il merito della ristrutturazione e dell’ampliamento della parrocchiale chiesa è dovuto soprattutto a Don Vincenzo Alfano, parroco pro tempore ed all’architetto Carmine Calvanese.

L’interno, a croce latina, risulta articolato in un’unica grossa navata e due cappelle laterali con coperture a volte affrescate ed al centro vi è la cupola della SS. Trinità.

Il parroco si adoperò molto nel migliorare ed abbellire artisticamente la chiesa.

Negli anni successivi la chiesa e la Venerabile Congregazione di San Biagio rappresentarono il fulcro intorno al quale gravitava tutta la vita religiosa e sociale dell’intera popolazione di Lanzara, Castelluccio e Fimiani.

In quel periodo il culto dei morti era molto sentito, infatti gli atti di morte confermano quasi per tutti l’assistenza spirituale dei sacerdoti al capezzale dei moribondi che assicuravano loro i sacramenti cristiani.

Il 5 ottobre 1811 Don Vincenzo Alfano acquistò al prezzo di 102 ducati l’orologio e il 26 marzo 1815 iniziò la costruzione della torre che durò tre anni. Questa vicenda vide protagonisti

il parroco Don Vincenzo Alfano ed il priore Sig. Carmine Calvanese.

Negli anni successivi per apportare un migliore aspetto a codesto edificio si ebbero varie ristrutturazioni tra cui ricordiamo: quella del 1905 sotto la guida del parroco Don Gennaro Sammartino e dell’architetto Alfonso Calvanese, in cui fu rifatta la facciata e l’interno ed al pittore Gustavo Girosi venne affidato restauro degli affreschi presenti, con una aggiunta di altri affreschi, mentre al marmista Antonio Alfano venne affidata la costruzione del pavimento della chiesa; e quella del 1974 in cui il parroco Giovanni Merola sottopose la chiesa parrocchiale ad una radicale ristrutturazione secondo le regole dettate dal Concilio Vaticano II.

Piazza Giuseppe Lanzara

Piazza Giuseppe Lanzara

 – Trivio e la chiesa di Sant’Angelo a Caprullo

Chiesa nuova di San Michele Arcangelo

Chiesa nuova di San Michele Arcangelo

Situato alle falde della collina di Santa Maria a Castello, ad una altezza sul livello del mare di circa 70 metri, è adagiato il piccolo paese di Trivio, già denominato in scritture pubbliche e private del XVII- XVIII secolo, “ lo Triggio” e più anticamente “Sant’Angelo a Caprullo”.

Sull’ origine del villaggio non si possiedono notizie documentate sicure, ma è presumibile che il sito fosse già abitato in epoche molto remote, tesi questa sostenuta dal ritrovamento di un sepolcreto paleocristiano e di alcune ville rustiche romane nella zona di Paterno, dalla presenza della vicina città di Fractanova con il “Castrum Augusti” ( accampamento militare romano ) sulla collina di Sant’Apollinare, dall’esistenza dell’ Acquedotto Augusteo del I secolo a.C. e dalle vestigia dell’ antica via Consolare Romana “Popilia” (Capua-Reggio Calabria), le cui tracce sono ancora oggi individuabili nel taglio del costone roccioso sul “Passo dell’Orco”  e da ciò che resta del cosiddetto “Cippo di Annibale” o “Campanile dell’Orco” che secondo alcuni studiosi di archeologia, tratterebbesi di un rudere segnaletico romano fabbricato in “Opus Incerta” risalente alla prima epoca Repubblicana.

Se la presenza dell’uomo in questo posto risale verosimilmente all’epoca greco-romana, sicura è la strutturazione del piccolo borgo nella prima epoca longobarda risalente al VII-VIII secolo d.C. quando, intorno all’antica chiesa di Sant’ Angelo a    Caprullo, iniziava l’aggregazione delle prime abitazioni.

Il toponimo della primitiva denominazione di Sant’Angelo a Caprullo ha una chiara origine agionimica e riflette palesemente il culto di San Michele Arcangelo di cui erano particolarmente devote,dopo la loro conversione al cristianesimo, le popolazioni longobarde. In quell’epoca infatti i signori longobardi fecero una vera e propria gara nell’edificare chiese, cappelle e monasteri dedicati al loro Santo protettore tanto che, molte località ne assunsero addirittura la denominazione. Tutto ciò avvenne puntualmente anche nella nostra vallata di Sanseverino, basti ricordare solo alcuni esempi: Sant’Angelo ad Linzaria (chiesa di Lanzara), Sant’Angelo a Caprullo (l’odierna Trivio), Sant’Angelo a Macerata ( L’odierna Sant’Angelo frazione di Mercato San Severino), Sant’Angelo a Rota (chiesa di Mercato San Severino), San Michele di Serino, San Michele di Galvanico col Pizzo San Michele, Sant’Angelo a Grotta a Nocera, Sant’Arcangelo di Noce in Nocera ecc..

Se palesemente chiara è l’origine del toponimo di Sant’Angelo, incerta invece appare  l’etimologia del suo appellativo “à Caprullo” che, anche in considerazione delle probabili mutazioni e reinterpretazioni subite dal termine nel corso dei secoli, esso potrebbe derivare dal greco “Akron Apollinis” cioè luogo sacro ad Apollo oppure dal latino  “Capriolae” pescatore di anime. La spiegazione popolare invece si rifà alla leggenda che narra di un’antica usanza del posto di offrire, in occasione dei festeggiamenti di Sant’Angelo, dei capretti, ovvero caprulli, ad una giovane coppia di pastori poveri che contraevano le nozze, quale buon auspicio per il loro futuro gregge.

L’ economia del posto fu nel passato basata prevalentemente sull’agricoltura e la pastorizia, infatti la zona, fin dall’epoca medievale era suddivisa in due grandi latifondi messi a coltura, uno posto a monte dell’asse viario detto “Feudo di Paterno” e l’altro a valle detto “La Starza grande” o “Starza dei Leoni”.

Il feudo di Paterno, famoso in passato soprattutto per la produzione di nocciole, castagne, olio e di un ottimo vino, comprendeva tutta la zona collinare e pedemontana che andava dalla collina di Sant’Apollinare fino alla zona della “Taverna di Lanzara”, il poggio di “Saccopaglia”, “Le Colletelle” , la grande “Selva di Paterno”, “La Selva del Lavatoio”, le famose pietraie di Paterno dette “del Giordano”, “Le Tufare “, il fertile altopiano detto in vulgo “ n’copp ò chian” e l’annesso borgo con la Taverna del Trivio.

L’altro grosso latifondo compreso nel territorio di Trivio detto “La Starza dei Leoni” era posto invece a valle dell’asse viario, in quella parte della vallata situata tra la strada pubblica a settentrione, il fiume “Saltera” e la Parrocchia del Casale di Padre Alfano a meridione, ad occidente fino a “San Pasquale” ed alla “Codola” ad oriente confinante con la “Masseria delli Rizzi”, la giurisdizione dello “Stato di Sanseverino” e la “Baronia di Castelluccio”. Il fondo, come descritto nel gergo antico, “adacquatorio seminativo”, risultava molto fertile per la qualità del terreno e per la ricchezza delle acque offerte dal fiume “Saltera”, l’odierna Solofrana, era fornito inoltre di una grossa masseria detta appunto “La masseria dei leoni” in vulgo “à massaria re liun” e di un piccolo mulino animato dalle acque dello stesso fiume. Particolare rilevanza storica è da attribuire a questo latifondo che riflette chiaramente nel suo etimo la propria origine millenaria.

Dall’analisi storica dell’assetto economico e sociale di questo borgo, organizzato fin dall’epoca medievale secondo il modello rurale dominato dall’egemonia della proprietà fondiaria(espressa in questo contesto dal Feudo di Paterno e dalla Grancia del Monastero), si evince che, non secondari a questa realtà sono stati anche l’artigianato ed il commercio legati alla particolare posizione geografica. Trivio, infatti, era collocata proprio lungo l’antico tracciato stradale della via Popilia che proveniente da Capua per Nola attraversava tutta la fertile piana del Sarno e per il valico del “Campanile dell’Orco” arrivava fino all’antica Chiesa di Sant’Angelo a Caprullo quindi al Trivio convogliando così per queste plaghe tutto il traffico privato e commerciale che in antichità era rappresentato dal passaggio quotidiano di centinaia di “traini”, carri, carretti e carrozze. “Lo Triggio” dunque per questi motivi divenne un punto strategico, una sorta di pietra miliare lungo la “Consolare”, punto di riferimento per l’incontro e per la sosta. Sorse così, già in epoca tardo-medievale, la Taverna, denominata “la Taverna Nova” annessa al Feudo di Paterno che offriva ospitalità e ristoro soprattutto ai trainieri che trafficavano la strada sia di giorno che di notte.

La nuova chiesa

Verso la fine dell’anno 1998, a Trivio, per la numerosa ed accresciuta partecipazione dei fedeli alle funzioni liturgiche ed alla celebrazione delle messe festive nella piccola chiesa di San Michele fu fortemente avvertita l’esigenza di godere della fruizione di un tempio più ampio e più rispondente ai nuovi bisogni. Così, in considerazione di tutto ciò, nel corso di un’assemblea pubblica, fu costituito un comitato popolare presieduto dal parroco pro-tempore don Giovanni Merola ed eletto come presidente laico il ragioniere Gennaro Corvino. All’ordine del giorno ovviamente fu posto l’argomento principe ovvero la costruzione della nuova chiesa.

Constatata la unanime volontà espressa dalla collettività di Trivio circa la costruzione della nuova chiesa, il Parroco con l’apposita commissione laica, corroborati anche dalla fattiva collaborazione dei componenti della giovane e vigorosa “Associazione San Michele Arcangelo”, si adoperarono per individuare ed ottenere un’area di terreno su cui costruire l’edificio sacro con i relativi locali e la casa parrocchiale.

Una volta individuato il suolo la Curia Arcivescovile di Salerno immediatamente affidò la stesura del progetto all’architetto Rocco Capuano di Castel San Giorgio che in breve tempo elaborò e presentò il progetto del nuovo tempio con tutta la documentazione alla Curia Arcivescovile di Salerno per essere sottoposto agli esami di competenza. Intanto il Consiglio Comunale di Castel San Giorgio prontamente approvava il progetto concedendo la licenza edilizia.

A conclusione del lungo e laborioso iter progettuale e burocratico iniziato nel lontano 1998 e tenacemente perseguito dall’entusiasmo popolare e dalla volontà del Parroco,finalmente giunse, nel giorno 29 settembre dell’anno 2005, il tanto atteso momento della nascita vera e propria del nuovo tempio di Trivio, momento che si concretizzò nella cerimonia della benedizione e della posa della prima pietra.

– Castelluccio e la cappella della SS. Annunziata

SS. Annunziata

SS. Annunziata

La frazione Castelluccio è stata sempre la più popolosa di Castel San Giorgio, sin dai tempi più remoti. Arroccata intorno al suo “Castelluzzo”, si trovò per diverse volte al centro di scontri tra popolazioni che si davano battaglia ai piedi della Montagna Spaccata.

Ma ciò che non diede pace alla frazione fu la vicinanza dell’antica Via Maggiore che, passando per Castelluccio giungeva in Nocera e la metteva in comunicazione con Napoli per mezzo della via consolare Aquilia. Dove transitano eserciti è difficile ogni sviluppo, ma più di tutto il paese restò imbrigliato tra due grandi feudi: quello di Codola, dei signori Marciano, quello della Starza Dei Leoni dei Landi di origine longobarda e quello di Padralfano che cambiò continuamente padroni.

Scorcio di uno dei tanti caratteristici vicoli di Castelluccio

Scorcio di uno dei tanti caratteristici vicoli di Castelluccio

Altro elemento negativo per il mancato sviluppo della frazione fu la lontananza della frazione dal capoluogo e la non valida rappresentanza in seno all’Università di San Giorgio ed anche quando, dopo l’Unità d’Italia si cominciò a votare prima per censo e poi per il saper leggere, scrivere e far di conto, Castelluccio non fu rappresentata per mancanza dell’uno e dell’altro requisito richiesto.

Con il ventennio fascista venne completamente abbandonata perché su di essa dominò Lanzara con i suoi figli bene rappresentati.

Mentre Lanzara accentrava i suoi poteri nelle mani dei Calvanese, dei Molinari, dei Lanzara, degli Amabile, dei Pagano e di altri, Castelluccio dipese sempre da famiglie che vivevano altrove e dal Barone di Paterno e da un ramo degli Orsini che vivevano in Napoli.

E’ nel 1460 che il nome di Monticello venne mutato con quello di Castelluccio con un atto di donazione fatto dalla famiglia Radioso.

Dopo il 1600 un vasto feudo che si chiamava di Monticello, che aveva vasti terreni che andavano verso Codola ed acquistato dagli Alfano fece scomparire il nome di Monticello e per sempre venne sostituito con quello attuale di Castelluccio.

Ora Castelluccio  ha preso la rivincita con le nuove generazioni e la zona si è riempita di attività industriali, artigianali e commerciali, mentre un folto numero di imprenditori ne diffonde, con le esportazioni dei prodotti, il nome ed è nata anche una schiera di professionisti preparati ed agguerriti.

Il maggior simbolo di religiosità presente in questa frazione è la Cappella della SS. Annunziata situata su di una collinetta al centro del paese.

Essa risale al 1295 come si evince chiaramente dalla pergamena della fondazione che ancora oggi si conserva presso la Badia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni.

Il diploma riporta il seguente testo:

“La nobildonna contessa di Rocca vassalla dell’abate di Materdomini, una notte fu ispirata da Dio Il Quale le suggerì di costruire, sul ponticello di sua proprietà in Castelluccio, una cappella sotto il titolo dell’Annunziata della B.V.”

Dal 1295 fino al 1600 la Cappella fu retta dai Petri Bianchi o Frati Umiliati di Materdomini.

Nello stesso periodo i Baroni Marciano, signori di Piazza del Galdo, S. Eustacchio, Castelluzzo e Femeano, decisero di cedere le loro proprietà nel Gastaldato di Castelluzzo ai nobili del posto, gli Alfano.

Intanto la famiglia Alfano in quel periodo (1600) godeva di ottima stima tra le persone del luogo, infatti numerosi componenti di questa ragguardevole casata si erano inseriti sia nella vita pubblica che religiosa, inoltre la maggior parte di essi erano di validi professionisti, medici, avvocati e sacerdoti. Solo qualche anno più tardi e precisamente nel 1695 Giovanni Camillo Alfano, forse spinto dal desiderio di rivedere di nuovo in “auge” quella cappella, commissiona ad alcuni artisti un pregevole affresco racchiuso in una cappella avvolta sul lato destro della chiesetta dedicata all’Annunziata. Inoltre in questa cappella fece realizzare un altare, di diritto patronale, in pietra bianca locale di ottima fattura. Al di sotto vi è una fossa per la sepoltura dei componenti della sua famiglia.

L’imponente chiesetta sovrasta l’intera valle che si estende ai suoi piedi. Geograficamente delinea il centro della vasta Parrocchia di due scale d’accesso una parte da Via D. Alfieri ed è completamente in basalto, risale a quasi duecento anni fa. L’ altra strada conserva ancora l’originario aspetto di mulattiera, sterrata e molto stretta. Durante alcuni lavori negli anni 50, su pressanti richieste del parroco Grimaldi, la strada fu allargata e munita di scalini in cemento per una metà.

L’ ingresso al tempio è rialzato di quasi mt. 2.50 dal livello del piazzale antistante.

La cappella è ad una sola navata con soffitto a volta, un solo altare ed una cappella gentilizia sul lato destro nella zona del presbiterio.

Sul lato destro di chi entra, all’altezza del presbiterio, si trova la cappella gentilizia della famiglia Alfano. Sia la cappella che la fossa per la sepoltura furono realizzati il 16 luglio 1696, ad opera di Giovan Camillo Alfano.

Un’opera di importante valore artistico è la tela dell’Annunciazione che ha quasi due secoli di storia. Fu dipinta da Nicolaus Desiderio nell’anno 1830.

Della statua della SS. Annunziata non vi sono notizie certe ma la tradizione vuole che fu acquistata per volontà del devoto popolo in modo davvero originale. Si tramanda infatti che il forte desiderio del popolo di Castelluccio di avere una statua tutta propria spinse diversi devoti a confezionare, in stoffa, dei “fazzolettoni”, cosiddetti “maccaturi”,da utilizzare per avvolgere il raccolto dei campi, la pasta e diverse altre cose, come era in voga a quei tempi.

Giacché fin da allora i nostri paesi erano a conduzione agricola, le possibilità economiche erano scarse e limitate. Quindi si pensò di allargare la vendita ai paesi limitrofi, già più grandi ed avviati. Si stabilirono delle vere e proprie postazioni, soprattutto sulle arterie di collegamento, dove venivano venduti ai viandanti i suddetti “fazzolettoni”.

La raccolta pecuniaria fu davvero redditizia, anche se ai soldi raccolti furono aggiunte le offerte del popolo e il congruo contributo dei signorotti locali. Purtroppo documenti che attestano l’evento non ve ne sono, ma i ricordo è vivo nella memoria dei più anziani del pese, ai quali è stato tramandato dai propri avi, è sempre limpido e vivo.

Alla fine degli anni ’50, durante i lavori di pitturazione degli interni della cappella, un gruppo di presunti decoratori suggerì ai componenti, ai componenti del Comitato Festa dell’epoca, di eliminare i vestiti in stoffa che la statua possedeva (chissà per quale motivo) e di ricoprire le due statue con uno strato di “cartapesta e stoffa” ad imitazione “panneggio”. La proposta fu subito accolta ed i sedicenti decoratori subito si diedero da fare.

163058_177951745569958_100000654021826_442339_7415904_n

– Casalnuovo (Taverna)

parco della rimembranza

parco della rimembranza

Taverna ha origini romane. La sua storia è unita a quella di Lanzara, di Santa Maria a Castello, di Trivio, di Paterno e di Casalnuovo.

A Taverna vi era il Tabellario della strada e qui i corrieri Romani cambiavano le cavalcature. Infatti proprio a Taverna vi era la pietra che portava le miglia che erano 88 da Capua, dove aveva origine la via Aquilia, fatta costruire dal Censore Romano Appio Claudio Cieco nell’anno 312 a.C., e 243 per Reggio dove essa terminava.

164081_177952592236540_100000654021826_442343_1400574_n

Poiché i corrieri, cioè i portatori di ordini, dovevano, oltre a sostituire i cavalli, anche rifocillarsi, riposare, dormire, ecc., la stazione di servizio aveva molti locali per gli uomini e per gli animali e nel luogo si pranzava; il tardo Latino mutò il nome Taberna in Taverna.

Taverna, insieme a Lanzara, dopo il periodo Gotico e Bizantino, entrò a far parte del Ducato Longobardo – Beneventano e vi rimase fino all’anno 840, quando il Ducato Beneventano fu diviso in Principato Citra e Principato Ultra Serre Montorium. Zottone, Duca Beneventano, nell’anno 571 distribuì il governo militare e civile dei suoi vastissimi domini ai suoi GASTALDI, i quali, nei primi anni, venivano nominati ogni anno, poi il Gastaldato fu reso a vita e sotto ognuno di esso vennero raggruppati i Paghi, i Vichi, i Farao, i Castella, i Casali, i Borghi ed i Villaggi che formavano un vero e proprio distretto amministrativo che veniva appellato Gastaldatus o Actus.

Taverna, insieme a Lanzara venne assegnata al Gastaldato di Rota allora con sede in Curteri.

Quando poi nel 760 Arechi II si proclamò Principe di Salerno e divise il suo  territorio in 33 Gastaldati, tutta la valle da Codola a Rota venne assegnata al Gastaldato di Nocera e così, Lanzara e Taverna, entrarono nel territorio del Gastaldato Nocreino che giungeva a Pompei, a Sarno, a Bracigliano ed a Camerelle.

Dall’anno 900 al 1000 tutti i Gasaldati che formavano il territorio nocerino furono riuniti in Contea e Lanzara e Taverna appartennero alla Contea di Nocera che giungeva fino a Bacigliano.

Questi due paesi soffrirono molto per le devastazioni che provocarono i Saraceni, ma nell’anno 877 certamente dovette gioire quando nei pressi della cava di tufo di Codola, i Saraceni furono molti decimati.

Lanzara e Taverna furono cristiane fin dal primo secolo del Cristianesimo e dopo iniziarono a costruire le diverse chiesette e forse la prima sia stata quella della Madonna delle Serre a Paterno.

L’ultima fu quella di Santa Maria a Castello perché fu compresa nel Castello, al tempo dei Frati Bianchi o Umilianti.

Lanzara con tutto il territorio di San Giorgio fece parte della Contea di Nocera, di cui il primo Conte fu Dauferio, nell’anno 816. A Dauferio, nell’840, successe il figlio Grimoaldo. A questi successe il figlio Sicone, nell’878, ed a costui il figlio Sicardo I, nel 902.

Conte di Nocera fu Laudemario, il più saggio di tutti i Conti, ed ebbe una particolare devozione per Santa Maria a Castello, a cui donò delle terre e dei paramenti sacri. Nel 928 Nocera ebbe due conti: Gauferio e Pietro, tra i quali non correva buon sangue e furono litigiosi con danni delle popolazioni sottoposte, tra le quali quella di Lanzara, di Trivio, Castelluccio e Codola.

Nel 956 fu Conte di Nocera un altro Pietro e nel 967 un altro Sicone.

Nel 994 troviamo Conte un altro Laudario e nel 1016, invece, fu conte Gauferio. Lanzara e Taverna nell’orbita di Nocera ne seguirono la storia ed il destino, e non hanno suoi avvenimenti che li caratterizzarono.

Il principe Arechi II valorizzò la zona da Lettere a Montoro, facendo costruire 15 castelli per contrastare un’eventuale avanzata di Carlo Magno, di cui egli non voleva essere tributario. Lanzara e Taverna allora entrarono, con pieni diritti, nella storia del Principato di Salerno, come rientrarono San Giorgio, Paterno, Trivio ed altre borgate che fecero parte dell’APUDMONTEM, cioè presso il monte che era quello di Santa Maria a Castello.

I Normanni giunsero nella nostra zona soltanto nell’anno 1077, quando Roberto il Guiscardo tolse al cognato Giusulfo II tutto il Principato di Salerno.

Pompa a mano

Pompa a mano

– Fimiani e la stazione ferroviaria

La frazione Fimiani è stata l’ultima a svilupparsi, sia per mancanza di popolazione che per la primitiva appartenenza al comune di Roccapiemonte.

In origine il suo territorio faceva parte di un grande feudo che subì, poi, notevoli frazionamenti, per il mutare dei diversi Re sul trono di Napoli.

Scorcio di Fimiani

Scorcio di Fimiani

La popolazione, come quella di Castelluccio, apparteneva ecclesiasticamente a Lanzara, di cui condivideva le festività religiose, ma quando durante la fine dell’anno 1700 il rione andò ampliandosi, venne costruita anche la chiesa dedicata a San Giuseppe, che era sempre suffraganea di quella di Lanzara.

Fimiani così, per secoli, fu terreno di Roccapiemonte fino alla costituzione del Comune di Castel San Giorgio, quando la vasta zona fu divisa tra i due comuni: Roccapiemonte e San Giorgio, il 26 gennaio del 1810,    con lo smembramento dello Stato di Sanseverino.

Con Gioacchino MURAT, primo Re d’Italia che soppresse i feudi, che quando cambiavano i proprietari, cambiavano il nome, sorse la frazione Fimiani e cioè nel 1810 e d’allora potrebbe avere inizio la sua vera storia.

Con la costruzione della strada ferrata Cancello – Codola- Mercato San Severino- Avellino – Benevento cambiarono un po’ le cose.

Infatti, il 30 giugno del 1858, venne benedetta ed inaugurata la Stazione Ferroviaria di Codola Vecchia, situata all’imbocco della galleria di Santa Maria a Castello ed il trincerone che si dovette escavare per la strada ferrata delimitò definitivamente il territorio di Roccapiemonte con quello di Fimiani.

Le cause che spiegano perché la frazione Fimiani non avesse avuto sviluppo sono state i grandi conventi che atrofizzarono la diffusione e lo sviluppo della piccola proprietà dei coltivatori diretti. Gli ordini religiosi, tante volte preferivano lasciare i terreni incolti preoccupati che i contadini divenissero i proprietari e non cedevano i terreni nemmeno con la formula dell’enfiteusi.

Con la permanenza a senatore del Regno di Goffredo Lanzara, per nove legislature, si cercò di congiungere Fimiani con Lanzara e venne creato l’attuale tratto stradale di circa un chilometro che anno dopo anno è stato sistemato ed alla primitiva casa isolata dei Fasolino se ne sono aggiunte tante altre che formano un  tutt’uno con Lanzara.

Durante il periodo fascista, da Domenico Cirri – Rescigno, fu caldeggiata la costruzione della Stazione Ferroviaria di Fimiani e, noncurante della storia, fu smembrato il primitivo nucleo abitativo del paese che nei secoli scorsi era stato il caseggiato del feudo.

Questo progetto non fu attuato a causa della sua improvvisa scomparsa nell’agosto 1936.

I lavori furono completati anche per l’interessamento dell’ispettore R. Nespoli, che all’epoca viveva a Fimiani avendo sposato la giovane Sofia Ciancio.

Ora la frazione Fimiani è in cammino sulla strada del progresso e per la possibilità di rapidi collegamenti con Nocera Inferiore per la strada che costeggia Castelluccio, realizzata durante il periodo Fascista. Quello che maggiormente sorprende è lo sviluppo delle industrie conserviere accentratesi in zona ove era la presenza agricola ed una maestranza attiva di imprenditori edili e di bravi maestri scalpellini che sapevano ottimamente lavorare le pietre vesuviane.

Questo progetto non fu attuato a causa della sua improvvisa scomparsa nell’agosto 1936.

I lavori furono completati anche per l’interessamento dell’ispettore R. Nespoli, che all’epoca viveva a Fimiani avendo sposato la giovane Sofia Ciancio.

Ora la frazione Fimiani è in cammino sulla strada del progresso e per la possibilità di rapidi collegamenti con Nocera Inferiore per la strada che costeggia Castelluccio, realizzata durante il periodo Fascista. Quello che maggiormente sorprende è lo sviluppo delle industrie conserviere accentratesi in zona ove era la presenza agricola ed una maestranza attiva di imprenditori edili e di bravi maestri scalpellini che sapevano ottimamente lavorare le pietre vesuviane.

Nessuno più, forse, ricorda Antonio Fimiani, il giovane che si immolò per la patria nella guerra per la liberazione di Trieste e Trento.

Era nato nel 1890; studente universitario, frequentava la facoltà di medicina. Collaborò con il corpo sanitario quando nelle nostre zone infierì il colera.

Nel 1914 lasciò gli studi universitari e partecipò come sottotenente di bersaglieri alla campagna di liberazione di Trieste e Trento.

Ma … all’Osteria di Marmolada fu colpito da una granata nemica e cadde da eroe. Era il 21/ 09/1915.

L’ Università degli Studi di Napoli, che lo ebbe studente gli conferì la Laurea ad Honorem.

Molti giornali dell’ epoca dedicarono a questo figlio della frazione Fimiani di Castel San Giorgio, lunghe pagine attestanti la sua fede, la sua italianità, la sua forza d’ animo.

Sono passati tanti anni ma il ricordo di Antonio Fimiani è vivo ancora in quanti lo conobbero e in quanti lo ricordano.

Una strada del Comune gli è stata intestata e un cippo monumentale sito nella Piazza di Castel San Giorgio.

Molinari Lamura Anna, un’ insegnante elementare negli anni ’60, nella sua aula teneva esposta una foto dell’eroe fascista del tricolore.

Bibliografia

  • Gerardo AlfanoUn mestiere scomparso Lo scalpellino
  • Francesco LauroSan Biagio in Lanzara – Storia di una parrocchia
  • Vito GrimaldiMomenti poetici
  • Francesco LauroRaccontando Lanzara e dintorni
  • Generoso IennacoLe frazioni di Castel San Giorgio

– pubblicato da Vincenzo Lauro

Annunci