Da Sant’Angelo a Caprullo a San Michele Arcangelo in Trivio

San Michele Arcangelo

San Michele Arcangelo

LE ORIGINI

  Situato alle falde della collina di Santa Maria a Castello, ad una altezza sul livello del mare di circa 70 metri, è adagiato il piccolo paese di Trivio, già denominato in scritture pubbliche e private del XVII- XVIII secolo, “ lo Triggio” e più anticamente “Sant’Angelo a Caprullo”.

Sull’ origine del villaggio non si possiedono notizie documentate sicure, ma è presumibile che il sito fosse già abitato in epoche molto remote, tesi questa sostenuta dal ritrovamento di un sepolcreto paleocristiano e di alcune ville rustiche romane nella zona di Paterno, dalla presenza della vicina città di Fractanova con il “Castrum Augusti” ( accampamento militare romano ) sulla collina di Sant’Apollinare, dall’esistenza dell’ Acquedotto Augusteo del I secolo a.C. e dalle vestigia dell’ antica via Consolare Romana “Popilia” (Capua-Reggio Calabria), le cui tracce sono ancora oggi individuabili nel taglio del costone roccioso sul “Passo dell’Orco”  e da ciò che resta del cosiddetto “Cippo di Annibale” o “Campanile dell’Orco” che secondo alcuni studiosi di archeologia, tratterebbesi di un rudere segnaletico romano fabbricato in “Opus Incerta” risalente alla prima epoca Repubblicana.

Se la presenza dell’uomo in questo posto risale verosimilmente all’epoca greco-romana, sicura è la strutturazione del piccolo borgo nella prima epoca longobarda risalente al VII-VIII secolo d.C. quando, intorno all’antica chiesa di Sant’ Angelo a    Caprullo, iniziava l’aggregazione delle prime abitazioni.

L’ETIMOLOGIA DEL TOPONIMO

Il toponimo della primitiva denominazione di Sant’Angelo a Caprullo ha una chiara origine agionimica e riflette palesemente il culto di San Michele Arcangelo di cui erano particolarmente devote,dopo la loro conversione al cristianesimo, le popolazioni longobarde. In quell’epoca infatti i signori longobardi fecero una vera e propria gara nell’edificare chiese, cappelle e monasteri dedicati al loro Santo protettore tanto che, molte località ne assunsero addirittura la denominazione. Tutto ciò avvenne puntualmente anche nella nostra vallata di Sanseverino, basti ricordare solo alcuni esempi: Sant’Angelo ad Linzaria (chiesa di Lanzara), Sant’Angelo a Caprullo (l’odierna Trivio), Sant’Angelo a Macerata ( L’odierna Sant’Angelo frazione di Mercato San Severino), Sant’Angelo a Rota (chiesa di Mercato San Severino), San Michele di Serino, San Michele di Galvanico col Pizzo San Michele, Sant’Angelo a Grotta a Nocera, Sant’Arcangelo di Noce in Nocera ecc..

Se palesemente chiara è l’origine del toponimo di Sant’Angelo, incerta invece appare  l’etimologia del suo appellativo “à Caprullo” che, anche in considerazione delle probabili mutazioni e reinterpretazioni subite dal termine nel corso dei secoli, esso potrebbe derivare dal greco “Akron Apollinis” cioè luogo sacro ad Apollo oppure dal latino  “Capriolae” pescatore di anime. La spiegazione popolare invece si rifà alla leggenda che narra di un’antica usanza del posto di offrire, in occasione dei festeggiamenti di Sant’Angelo, dei capretti, ovvero caprulli, ad una giovane coppia di pastori poveri che contraevano le nozze, quale buon auspicio per il loro futuro gregge.

L’ ECONOMIA RURALE DAI LONGOBARDI ALLA PROPRIETA’ FONDIARIA

L’ economia del posto fu nel passato basata prevalentemente sull’agricoltura e la pastorizia, infatti la zona, fin dall’epoca medievale era suddivisa in due grandi latifondi messi a coltura, uno posto a monte dell’asse viario detto “Feudo di Paterno” e l’altro a valle detto “La Starza grande” o “Starza dei Leoni”.

L’antico Feudo di Paterno

Il feudo di Paterno, famoso in passato soprattutto per la produzione di nocciole, castagne, olio e di un ottimo vino, comprendeva tutta la zona collinare e pedemontana che andava dalla collina di Sant’Apollinare fino alla zona della “Taverna di Lanzara” , il poggio di “Saccopaglia”, “Le Colletelle” , la grande “Selva di Paterno”, “La Selva del Lavatoio”, Le famose pietraie di Paterno dette “ del Giordano “, Le Tufare “, il fertile altopiano detto in vulgo “ n’copp ò chian” e l’annesso borgo con la Taverna del Trivio.

Il feudo, fin dall’epoca medievale, è stato posseduto da grandi famiglie baronali che si sono succedute nel corso dei secoli attraverso i numerosi passaggi di proprietà, infatti all’inizio fu concesso a Filippo Buretta passando successivamente alla famiglia Pandone la cui erede Cornelia lo portò in dote al nobile Scipione Villano ed in seguito la figlia Dorotea ancora a Carlo Guerraro. Finalmente nell’anno 1701 il feudo di Paterno fu acquistato dalla famiglia dei baroni Negri di Spiano che volle magnificarlo con la costruzione della splendida residenza palazziata che, con la sua originale ed elegante architettura caratterizzata dalla transizione dal barocco al roccocò, rappresenta un elemento monumentale di spicco nel panorama architettonico dell’intero territorio dell’Agro nocerino-sarnese. Nell’anno 1843 il Barone Domenico de Conciliis sposando Vincenza Negri, acquisì la proprietà dell’antico feudo conservandola fino agli anni ’70 del novecento quando gli ultimi eredi ne hanno promosso lo smembramento e la vendita frazionata compreso lo splendido palazzo.

 La Starza dei Leoni

L’altro grosso latifondo compreso nel territorio di Trivio detto “La Starza dei Leoni” era posto invece a valle dell’asse viario, in quella parte della vallata situata tra la strada pubblica a settentrione, il fiume “Saltera” e la Parrocchia del Casale di Padre Alfano a meridione, ad occidente fino a “San Pasquale” ed alla “Codola” ad oriente confinante con la “Masseria delli Rizzi”, la giurisdizione dello “Stato di Sanseverino” e la “Baronia di Castelluccio”. Il fondo, come descritto nel gergo antico, “adacquatorio seminativo”, risultava molto fertile per la qualità del terreno e per la ricchezza delle acque offerte dal fiume “Saltera”, l’odierna Solofrana, era fornito inoltre di una grossa masseria detta appunto “La masseria dei leoni” in vulgo “à massaria re liun” e di un piccolo mulino animato dalle acque dello stesso fiume. Particolare rilevanza storica è da attribuire a questo latifondo che riflette chiaramente nel suo etimo la propria origine millenaria. Infatti nell’anno 1077, con la definitiva sconfitta dell’ultimo Principe longobardo Gisulfo II ad opera del Normanno Roberto il Guiscardo, il territorio della Starza con l’antico Castello (Castrum vetus) fatto costruire da Arechi II furono donati dal vincitore Normanno all’Abate del Cenobio Benedettino Cavense come compenso dell’aiuto offerto durante la lunga lotta contro il Longobardo Gisulfo II. Così i Benedettini della SS. Trinità, diventati i nuovi feudatari del territorio, dettero notevole impulso alle attività agricole in questa zona apportando innovazioni sia nelle tecniche di coltura e sia per la proposta di nuovi tipi di contratto detti di “Pastinato” che si rivelarono essere molto più vantaggiosi per i contadini rispetto ai vecchi contratti di “Enfiteusi”. A tutto ciò si deve aggiungere che furono gli stessi monaci a realizzare nella Starza il piccolo mulino e la grande masseria che fu nominata poi dal popolo “A massaria re liun” per la presenza di due grossi leoni scolpiti in pietra posti proprio all’ingresso del fondo,quale immagine emblematica del dominio Benedettino. Dopo circa un secolo di conduzione Benedettina, detto possedimento, unitamente al Castello ed ai ruderi dell’antica Fractanova fu affidato alla cura dei Padri Bianchi della vicina Badia di Materdomini già appellata Santa Maria della Fratta. A supporto di ciò ci è di conforto una notizia rilevata da una pergamena del XII secolo contenuta nella “Platea di Materdomini” che così recita: “…. Tam terram, quam castrum praenominatas ecclesias, et locum ubi fuerat, dicta civitas (Fractanova) fabbricata, cum tota parte dicti montis, quae tenebatur et possidebatur per dominum dictae civitatis, fuit donata dicto monasterio prout nunc habet, tenete t possidet”. La Starza con la Masseria fu posseduta dai monaci per circa sei secoli, fino al settembre dell’anno 1809 quando, in seguito alla emanazione delle leggi Napoleoniche sulla soppressione della feudalità e dei beni ecclesiastici dei Monasteri, fu incamerata nei beni demaniali dello Stato per essere poi successivamente venduta alla ricchissima famiglia Calvanese del Casale Nuovo di Lanzara che divenne così proprietaria del grosso latifondo. La particolare bellezza ed imponenza dei Leoni Benedettini posti all’ingresso della Masseria colpirono il nuovo proprietario, l’Architetto Carmine Calvanese, tanto che egli volle trasferirli nel magnifico parco della sua Villa Palazziata di Lanzara, riservando alle due sculture leonine il posto d’onore all’ingresso del violone centrale. I due leoni restarono a guardia del Parco di Villa Calvanese fino agli inizi degli anni ’60 del novecento, periodo in cui la Villa fu ceduta e le due sculture vendute e trasferite a Napoli ad arricchire artisticamente un importante palazzo nobiliare.

IL LINGUAGGIO ARCHITETTONICO ESPRESSO DALL’ANTICA CHIESA DI SAN MICHELE NELLA CULTURA RELIGIOSA E POPOLARE

L’antica Chiesa di Sant’Angelo a Caprullo, nella sua storia più che millenaria, ha subito molteplici trasformazioni in seguito alle numerose ristrutturazioni ed addirittura riedificazioni operate in seguito ad alterni periodi di decadenza e di splendore. Nel corso dei secoli, infatti, la piccola Chiesa è stata più volte ritrovata essere in condizioni precarie di semiabbandono e, come nel caso riportato in un documento del 1757, addirittura “diruta e priva di tetto”. A queste avversità però si è sempre opposta la forte e sentita devozione per l’Arcangelo Michele da parte dei fedeli di Trivio e dell’intera Parrocchia di Lanzara che unitamente alla tenacia ed all’incrollabile fede dimostrata dai Parroci che si sono succeduti nel governo di queste anime, ha permesso, dopo ogni periodo di disgrazia, la puntuale rinascita, sempre più vigorosa, di quel piccolo tempio che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi”il simbolo” ben radicato del culto micaelico presso le nostre plaghe. La piccola Chiesa però, nonostante tutte le ristrutturazioni subite nel corso della sua lunga storia, ha conservato intatta quella originale semplicità artistico-architettonica che,ancora oggi di più, la distingue dalle altre Chiese insistenti nella zona, le quali, durante il XVIII e XIX secolo, hanno subito, forte, l’influenza dello stile barocco e neoclassico, arricchendosi di elementi e particolari aggiuntivi quali, pitture, stucchi, manufatti marmorei ed artistiche statue di immagini sante, nello sforzo di offrire una maggiore sontuosità degli ambienti.

La chiesetta di San Michele, al contrario, ha avuto forse la fortuna di conservare intatta quella originaria veste rurale realizzata nella semplicità del suo dialetto architettonico che ben si presta nel creare l’ambiente ideale per momenti di raccoglimento e di preghiera nel solco dei sacrosanti messaggi di povertà e semplicità insegnati dal nostro Signore Gesù Cristo.

Proprio in questa sua originaria semplicità artistico- architettonica, l’antica Cappella rurale conserva la vera matrice della cultura popolare che parla di duro lavoro nei campi e di lotta quotidiana per la sopravvivenza, il tutto permeato da quella fede profonda per San Michele ben rintracciabile nelle forme di culto popolare da cui i nostri predecessori, abitanti di queste terre, hanno tratto motivo di forza per continuare a vivere nel culto del lavoro della famiglia e della fede.

Inoltre questa originale tipologia è specifica nel conservare ancora quella tipicità dei luoghi sacri dedicati all’Arcangelo Michele che solevano, il più delle volte, essere realizzati nella più estrema semplicità con la preferenza di essere localizzati di solito, in prossimità di ambienti rupestri o di grotte e spelonche luoghi che peraltro inducono la memoria al ricordo della famosa apparizione dell’Angelo guerriero, soldato di Dio contro il male, nella grotta del Gargano.

L’EDIFICIO SACRO  NELLA SUA  IMMAGINE  STRUTTURALE

L’edificio sacro, da sempre dedicato all’Arcangelo Michele, è di piccole dimensioni ed è posizionato proprio al centro del piccolo borgo del Trivio, caratterizzato da un’unica navata con pianta rettangolare orientata in direzione nord-sud perfettamente ortogonale all’antico asse viario.

La facciata, a capanna, è molto semplice ed essenziale, sia nelle forme che nell’ornato, presenta un unico ingresso sormontato da una piccola finestra rettangolare. Il portale è architravato e presenta due piedritti in pietra calcarea bianca di Paterno recanti alle basi artistici ed eloquenti fregi che, per le loro caratteristiche stilistiche, sono databili al XVII/XVIII secolo ed ascrivibili sicuramente alla mano di artisti scalpellini locali.

La porta di ingresso è di semplice fattura, a pannelli bugnati ma senza fregi né intagli, interamente realizzata in legno castagno che a tutt’oggi si presenta in buono stato di conservazione.

Lo spazio interno è dominato dalla sobrietà degli arredi e degli elementi artistici tutto ciò contribuisce a catturare maggiormente l’attenzione del visitatore sull’immagine del Santo che domina l’ambiente da una nicchia scavata nel muro, posta proprio in testa al vecchio altare a parete che rappresenta anche l’unico elemento artistico di rilievo della Cappella essendo stato realizzato interamente in marmi policromi ed arricchito con semplici cornici e due modiglioni a mò di sostegno della mensa.

L’immagine di San Michele Arcangelo è rappresentata da una statua di buona fattura artistica le cui caratteristiche fanno ipotizzare di antica origine, non essendo stata trovata alcuna documentazione o memoria orale che stabilisca l’epoca di realizzazione.

Oltre la statua del protettore San Michele esiste nell’unica nicchia esistente sulle pareti laterali,una seconda statua raffigurante l’Immacolata Concezione realizzata in epoca più recente. Ad arredare lo spazio delle pareti laterali le scene delle stazioni della Via Crucis contenute in cornici in legno dorato culminate in alto da una piccola croce. La piccola Chiesa è dotata anche di un piccolo campanile contenente l’unica campana acquistata agli inizi degli anni ’50 del novecento in occasione della riapertura al culto della Cappella dopo diversi anni di chiusura per inagibilità della stessa essendo stata rovinosamente danneggiata da un incendio nel decennio degli anni trenta. In occasione di questo restauro, oltre la costruzione del campanile e l’acquisto della campana, fu rifatta la pavimentazione, ricostruito il solaio conservando l’originalità architettonica della volta a botte nel rispetto del “dove era e come era” ed infine chiusa la botola lapidea per l’accesso all’antica sepoltura nel sottosuolo della Chiesa.

LA NUOVA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO IN TRIVIO

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Nel decennio degli anni ’80 del secolo scorso, la zona di Trivio fu interessata da un forte incremento demografico dovuto soprattutto al notevole flusso migratorio verso questo luogo da parte di numerose famiglie provenienti prevalentemente dalla vicina e densamente abitata città di Nocera.

Nocera infatti, unitamente ad altri popolosi centri urbani dell’Agro, subì, anche per l’effetto del disastroso terremoto del 1980, un sensibile decremento della popolazione che preferì trasferirsi in luoghi come Trivio capaci di offrire in quel periodo una serie di vantaggi rappresentati dall’ottima posizione strategica per i collegamenti stradali ed autostradali, dal nutrito e moderno patrimonio edilizio residenziale realizzato nel dopoterremoto con criteri antisismici e dal notevole sviluppo di realtà economiche di tipo industriale e commerciale. Con queste nuove condizioni venutesi a creare, ecco che il piccolo e vetusto borgo del “Trivio” con i suoi pochi e ben radicati nuclei familiari, acquistò un nuovo volto urbanistico e sociale che sbiadì inesorabilmente gli antichi ricordi delle botteghe dei “carresi”, del traffico dei “traìni”, della taverna del Barone e del piccolo commercio a carattere familiare dei prodotti agricoli e della pastorizia.

A tutte queste trasformazioni urbanistiche, sociali e politiche, sopravvisse ed addirittura si rilevò un accresciuto interesse per l’antico culto religioso verso il protettore San Michele, unica testimonianza popolare e di fede del passato che da più di un millennio ha rappresentato il vero epicentro dell’identità sociale e religiosa di quella popolazione.

IL PERCORSO SOCIALE E BUROCRATICO VERSO LA NUOVA CHIESA

Con queste premesse, verso la fine dell’anno 1998, a Trivio, per la numerosa ed accresciuta partecipazione dei fedeli alle funzioni liturgiche ed alla celebrazione delle messe festive nella piccola chiesa di San Michele fu fortemente avvertita l’esigenza di godere della fruizione di un tempio più ampio e più rispondente ai nuovi bisogni. Così, in considerazione di tutto ciò, nel corso di un’assemblea pubblica, fu costituito un comitato popolare presieduto dal parroco pro-tempore don Giovanni Merola ed eletto come presidente laico il ragioniere Gennaro Corvino. All’ordine del giorno ovviamente fu posto l’argomento principe ovvero la costruzione della nuova chiesa.

Constatata la unanime volontà espressa dalla collettività di Trivio circa la costruzione della nuova chiesa, il Parroco con l’apposita commissione laica, corroborati anche dalla fattiva collaborazione dei componenti della giovane e vigorosa “Associazione San Michele Arcangelo”, si adoperarono per individuare ed ottenere un’area di terreno su cui costruire l’edificio sacro con i relativi locali e la casa parrocchiale. Una volta individuato il suolo però la questione non si rivelò semplice, infatti vi furono discussioni molto accese poiché sul suolo individuato, benché di proprietà della parrocchia di Lanzara, insisteva il campetto di calcio gestito dalla locale Associazione San Michele Arcangelo di Trivio ed una nutrita parte dell’assemblea voleva che il campetto non fosse in alcun modo alterato, poiché quella struttura rappresentava, al di la dell’elemento sportivo, l’unica opportunità di aggregazione sociale per i giovani del posto, non essendoci all’epoca altre realtà sociali e ludico-ricreative esistenti sul territorio. L’altra parte dell’assemblea, concorde con il Parroco, sosteneva invece che l’area del campetto dovesse costituire il sagrato della nuova chiesa ma altrettanto coscienti dell’importanza rivestita dalla struttura già esistente, si impegnarono comunque a realizzare un nuovo campo di calcio su un’altra superficie per assicurare così la continuità delle attività sportive e ludiche. Anche S. E. l’Arcivescovo Monsignor Gerardo Pierro si pronunciò a favore di questa seconda tesi. La decisione ultima quindi fu assunta all’unanimità facendo propria la proposta confortata dallo stesso Arcivescovo.

Una volta individuato il suolo, tutto si rivelò più facile, infatti la Curia Arcivescovile di Salerno immediatamente affidò la stesura del progetto all’architetto Rocco Capuano di Castel San Giorgio che in breve tempo elaborò e presentò il progetto del nuovo tempio con tutta la documentazione alla Curia Arcivescovile di Salerno per essere sottoposto agli esami di competenza. Intanto il Consiglio Comunale di Castel San Giorgio prontamente approvava il progetto concedendo la licenza edilizia.

Superate le fasi diocesane, la pratica fu inviata a Roma presso gli uffici della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) per l’approvazione definitiva in vista del finanziamento da parte della C.E.I. stessa. Il vaglio degli organi competenti dell’ente religioso fu sostanzialmente positivo tranne che per il suggerimento di alcune modifiche di apportare al progetto. L’architetto Capuano, con solerzia e professionalità si adoperò immediatamente all’adeguamento progettuale che comprendeva la chiesa, la casa canonica, un grande salone con otto aule nel sotterraneo. Per i calcoli fu incaricato l’ingegnere della Curia Arcivescovile di Salerno Matteo Adinolfi.

Il dì tre febbraio dell’anno 2001, giorno della festa di San Biagio, l’Arcivescovo Mons. Gerardo Pierro, al termine della tradizionale messa solenne delle ore 11,00 celebrata nella chiesa parrocchiale di Lanzara, annunciò pubblicamente che la nuova chiesa di Trivio certamente sarebbe stata realizzata, se non quell’anno senz’altro l’anno successivo poiché l’iter per la richiesta del finanziamento alla C.E.I. stava procedendo nei tempi e nei modi giusti.

La notizia fu accolta con grande gioia da tutta la comunità parrocchiale ed in particolare dalla comunità di Trivio che attendeva con straordinaria trepidazione questo momento. Le parole del Vescovo furono profetiche e bene auguranti infatti,nonostante qualche anno di ritardo, finalmente il giorno 25 maggio dell’anno 2005 la tanto attesa notizia diventò realtà.

Il Cardinale Camillo Ruini, in qualità di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, infatti comunicò a don Giovanni Merola in qualità di parroco della parrocchia di Lanzara, l’approvazione del decreto di concessione del contributo di E 1.560.000 per la costruzione della nuova chiesa dedicata all’Arcangelo Michele in Trivio.

Immediatamente il parroco, coadiuvato dal comitato pro-chiesa di Trivio, si attivò per avviare le pratiche per l’esecuzione della gara d’appalto dei lavori. All’apertura delle buste di offerta, fu la locale Impresa Edile FA.PA. SRL a risultare vincitrice e quindi aggiudicataria del lavoro, avendo proposto una offerta di ribasso del 35%.

Con il grande fervore del momento, dopo appena una settimana trascorsa dalla gara d’appalto, il giorno 27 dello stesso mese, presso la Curia Arcivescovile di Salerno fu stipulato anche il regolare contratto dei lavori.

LA POSA DELLA PRIMA PIETRA

A conclusione del lungo e laborioso iter progettuale e burocratico iniziato nel lontano 1998 e tenacemente perseguito dall’entusiasmo popolare e dalla volontà del Parroco,finalmente giunse, nel giorno 29 settembre dell’anno 2005, il tanto atteso momento della nascita vera e propria del nuovo tempio di Trivio, momento che si concretizzò nella cerimonia della benedizione e della posa della prima pietra.

La data della solenne funzione non fu scelta a caso ma fu fatta coincidere proprio con il giorno in cui la chiesa festeggia l’Arcangelo Michele quasi a voler affidare alla benedizione del Santo la nascente chiesa ed il futuro di quella comunità che da più di un millennio lo ha eletto a suo protettore.

Il programma della giornata iniziò alle ore 17,00 con la tradizionale processione della statua del Santo che, dall’antica chiesetta di Sant’Angelo a Caprullo ,si avviò in corteo per le strade di Trivio preceduta in ordine , dai labari delle Associazioni Parrocchiali portati dai relativi rappresentanti, dalla Congregazione di San Biagio di Lanzara con il suo Priore, dal Parroco e seguita da una gran folla di fedeli.

Alle ore 18.00 circa la statua di San Michele arrivò sul posto della nascente chiesa ove ad attenderla vi erano, oltre ad un gran numero di autorità civili e religiose anche l’Arcivescovo Metropolita di Salerno S.E. Gerardo Pierro ed il sindaco

di Castel San Giorgio Andrea Donato. Dopo i saluti ed i convenevoli di prassi vi furono gli interventi augurali prima dell’Arcivescovo e poi del Sindaco, a seguire la parola passò al parroco don Giovanni Merola che, visibilmente commosso, pronunciò parole augurali e di ringraziamento per la folta partecipazione di autorità ma soprattutto per il massivo intervento dei fedeli di tutta la Parrocchia di San Biagio di Lanzara, e, continuando, lesse pubblicamente il testo della pergamena che sarebbe stata poi sigillata all’interno della prima pietra con la benedizione dell’Arcivescovo.

Per onore della cronaca e per futura memoria riportiamo integralmente il testo:

“Con animo grato al Signore ed ai Santi protettori:San Biagio e San Michele Arcangelo; riconoscenti alla C.E.I.(Conferenza Episcopale Italiana), ed in modo speciale a S.E. Mons. Gerardo Pierro, Arcivescovo Metropolita di Salerno-Campagna e Acerno; alla presenza del Dott. Andrea Donato, Sindaco del Comune di Castel San Giorgio; del Dott. Francesco Bottone, Sindaco del Comune di Scafati e Presidente del Patto Territoriale dell’Agro Nocerino-Sarnese,

io sacerdote Giovanni Merola, Parroco di San Biagio in Lanzara, ed il comitato Pro-Chiesa di Trivio, unitamente all’intera comunità parrocchiale, ringraziamo S.E. Mons. Gerardo Pierro che in data odierna alle ore 18,00 ha solennemente benedetto la prima pietra del suddetto nuovo complesso parrocchiale, che, per volontà unanime di tutta la comunità locale, sarà dedicato all’Arcangelo San Michele, protettore di Trivio in Castel San Giorgio. Il Signore ed i Santi protettori assistano e benedicano l’Architetto Rocco Capuano, progettista dell’opera e Direttore dei lavori e l’Impresa appaltatrice dei fratelli Fasolino e Pannullo, legalmente rappresentata dal Geom. Michele Fasolino di Trivio, affinché possano realizzare perfettamente e celermente in perfetta serenità e concordia, il nuovo complesso parrocchiale San Biagio a Trivio, opera realizzata con il contributo della C.E.I. ( Conferenza Episcopale Italiana)-fondi dell’otto per mille.

Trivio – festa di San Michele Arcangelo 29 settembre 2005”.

Dopo la lettura del testo, la pergamena fu sottoposta alla canonica apposizione delle firme. Sottofirmarono il documento, l’Arcivescovo Gerardo Pierro, il Presidente della Provincia di Salerno Dott. Angelo Villani, il Sindaco di Castel San Giorgio Dott. Andrea Donato, il Presidente del Patto dell’Agro Nocerino-Sarnese Dott. Francesco Bottone, il Presidente del Comitato Pro-Chiesa Rag. Gennaro Corvino, il progettista Architetto Rocco Capuano, il Parroco don Giovanni Merola, il Responsabile del Procedimento Ten. Mattia Izzo,il rappresentante dell’Impresa esecutrice dei lavori Geom. Michele Fasolino.

Non appena terminato il protocollo delle firme fu invitato l’Arcivescovo a procedere nel cerimoniale della scoperta della prima pietra che, per l’occasione, era stata preparata su una sorta di ambone e coperta da un drappo rosso. Non appena vi fu la levata del drappo da parte di Monsignor Pierro, si procedette alla sistemazione della pergamena all’interno della pietra.

La cerimonia proseguì poi con la benedizione dell’intero perimetro della nascente chiesa, opportunamente segnato sul terreno da una linea bianca sulla quale furono accese centinaia di fiaccole. Successivamente, un maestro muratore rimosse il masso dal luogo della cerimonia e lo portò nel posto stabilito per essere cementato; a questo punto però, Monsignor Pierro, intervenendo fisicamente espresse la volontà di compiere personalmente la simbolica quanto solenne operazione, così, armatosi di calce e cazzuola, sistemò la prima pietra cosiddetta pietra angolare nella sua giusta posizione secondo quel simbolismo cristiano che ricorda le parole del Signore:” La pietra che i costruttori avevan gettato via è diventata la principale pietra d’angolo”, ed ancora in riferimento alla parabola dei vignaioli omicidi, Gesù definisce se stesso come la pietra scartata dai costruttori, ma divenuta pietra angolare.

A conclusione della cerimonia vi fu il tradizionale “canto degli angeli”, interpretato, come sempre, dai bambini di Trivio vestiti con abiti celestiali.

Appena terminate tutte le fasi di rito, iniziarono i festeggiamenti civili con il taglio di una megatorta con su disegnato il prospetto della nuova chiesa.

I fuochi pirotecnici, infine, congedarono la storica ed indimenticabile giornata vissuta dalla comunità di Trivio.

FINALMENTE LA NUOVA CHIESA. DESCRIZIONE ARTISTICO-ARCHITETTONICA DEL NUOVO TEMPIO

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Per meglio comprendere le caratteristiche tecniche, artistiche ed architettoniche del nuovo tempio, ci è sicuramente utile riportare fedelmente la relazione descrittiva redatta dallo stesso autore del progetto, l’architetto Rocco Capuano, che, per altro, pur conservando una veste squisitamente tecnica ben si presta alla lettura resa piacevole dallo stile scorrevole della forma.

<<Premessa

Negli ultimi decenni le frazioni  inferiori  di Castel San Giorgio hanno riportato un corposo sviluppo edilizio e un rapido incremento della popolazione residente, con  la acquisizione di nuclei familiari provenienti da altri comuni; a questo processo non si è accompagnata una corrispondente crescita di infrastrutture e servizi sociali e sono emersi , in particolare a Trivio, quei fenomeni di disagio, soprattutto giovanile, che attecchiscono solitamente proprio nelle realtà  prive di riferimenti socio-culturali  forti.  Per contrastare questi fenomeni  sono nate alcune iniziative spontanee della popolazione, come  l’“ Associazione S. Michele Arcangelo”  di Trivio, che, per offrire uno spazio alternativo ai giovani,  nonchè un punto di riferimento per tutto  il paese,   ha svolto una serie di attività sociali,  tra cui la annuale organizzazione di una sagra e realizzato un piccolo campo di  calcetto, capace di sopperire in parte alla totale mancanza di strutture pubbliche per  lo sport. Sull’appezzamento di terreno su cui è collocato il predetto impianto, di  proprietà  della Parrocchia  di  Lanzara,   l’Associazione,  il  Parroco  e i cittadini  intendono promuovere la costruzione di una nuova chiesa, capace di accogliere  la comunità parrocchiale delle frazioni  inferiori,  e a tal fine è stata già iniziata una  raccolta di contributi spontanei della popolazione. L’esigenza  e la volontà di realizzare un nuovo complesso  parrocchiale nascono dal fatto che gli spazi ecclesiastici disponibili nella zona, compresa  la chiesa parrocchiale di S. Biagio sita nella contigua frazione di Lanzara,   risultano  insufficienti rispetto al numero degli  abitanti che, riferito al 1991 era pari a 5014 e che, allo stato attuale, è di circa 6000 unità.  La frazione di Trivio,  dove viene prevista la nuova costruzione,  risulta peraltro  quasi  del tutto priva  di spazi  per il culto,  avvalendosi  di una  sola cappella che risulta  inadeguata,  per le sue ridottissime dimensioni ,  allo svolgimento delle funzioni religiose.

Il parroco Don Giovanni Merola, titolare della parrocchia S. Biagio di Lanzara  e i rappresentanti della Associazione S. Michele Arcangelo di Trivio, si sono rivolti allo scrivente per redigere prima un progetto di massima e poi uno più dettagliato di un  nuovo complesso religioso, che si inserisse nel lotto disponibile già utilizzato in parte per l’impianto sportivo, e al quale fossero collegate anche  quelle funzioni laiche e sociali indispensabili affinchè l’intervento risultasse un  punto di riferimento importante per la intera comunità.  In particolare è stata  richiesta la previsione progettuale, oltre all’edificio per il culto, di spazi utilizzabili  per oratorio e ministero pastorale, per la organizzazione di manifestazioni socio-culturali , della casa canonica e dei servizi necessari per la  gestione delle attrezzature sportive.

La proposta di realizzare questa nuova chiesa è avvenuta in un momento particolare della spiritualità della nostra epoca, alle soglie del Giubileo del 2000, momento carico di  grandi aspettative per  il rinnovamento della comunità cristiana, rinnovamento che ha bisogno di affermarsi in forme adeguate, non escluse quelle degli spazi ecclesiastici, che devono essere espressione chiara del nostro tempo e delle più recenti disposizioni liturgiche.

Analisi del sito; Dati catastali e urbanistici

Acquisiti i primi dati, è emersa la idoneità del sito proposto per la collocazione di un edificio religioso in quanto il terreno si trova tra tre strade pubbliche, la Statale Nocerina n. 266, via Pietro Fimiani, che costituisce la via principale di Trivio, e la strada di penetrazione all’interno del paese, che collega in maniera ortogonale le prime due. Il lotto, già in proprietà della parrocchia di Lanzara, non richiede oneri per l’acquisizione e si trova in posizione centrale rispetto al nucleo abitato; inoltre, in adiacenza, è ubicata un’area comunale adibita a verde pubblico attrezzato che già costituisce il punto di ritrovo per la gente del paese. Sulla parte antistante del lotto, in prospicienza di via Pietro Fimiani, è attualmente collocato il campo di calcetto e quello per le bocce. Il terreno oggetto dell’intervento ha una superficie catastale di mq. 4.270 ed è classificato dal vigente Piano Regolatore Generale Comunale quale “Area (F) di Interesse Pubblico”. Per la predetta tipologia urbanistica è stato possibile autorizzare, con delibera unanime del Consiglio Comunale, la costruzione dell’edificio religioso e di attrezzature ad uso pubblico. La presente relazione, unitamente ai grafici allegati, è volta ad illustrare l’intervento progettuale, al fine di conseguire la autorizzazione necessaria per la richiesta di finanziamento dell’opera, che l’Arcivescovo di Salerno, Mons. Gerardo Pierro, ha inoltrato al Servizio Nazionale per l’edilizia di culto della Conferenza Episcopale Italiana.

Motivazioni e scelte progettuali

Fin dal primo momento mi è apparsa più opportuna la adozione di un impianto centrale scartando la ipotesi della pianta longitudinale per almeno due semplici ragioni fondamentali:

a) la limitatezza del terreno disponibile, ove peraltro deve conservarsi la funzione dell’area destinata allo sport, non consente la razionale collocazione di un edificio a sviluppo longitudinale, che peraltro, in relazione alla capienza prevista nel nostro caso (circa 400 posti a sedere), impegnerebbe una maggiore superficie coperta;

b)  l’edificio a pianta centrale,   privo  di  fronti  e facciate,  non  offrendo   viste                          particolarmente privilegiate rispetto ad altre, ben si presta al caso specifico, in quanto la collocazione dello stesso è prevista in posizione baricentrica rispetto alle tre strade poste sui confini del lotto.

Inoltre l’edificio così configurato, considerata la conformazione altimetrica del terreno e delle strade circostanti, può consentire la piena e reciproca autonomia dello spazio per il culto da una parte, cui si accede dal sagrato antistante, posto a livello rialzato rispetto alla via Pietro Fimiani, e degli spazi destinati ad attività laiche e sportive, posti dalla parte opposta, cui si accede ad una quota del terreno molto più bassa. Il dislivello è risolto da una parte per mezzo di una gradonata all’aperto di forma semicircolare secondo la tipologia del teatro greco (per manifestazioni  all’aperto, piccoli spettacoli, etc.), dall’altra è superato per mezzo di un percorso con lieve pendenza che circumscrive una porzione del perimetro della chiesa. Al corpo centrale dell’edificio sono collegati due volumi degradanti, che accolgono i servizi e le funzioni complementari all’edificio di culto (sagrestia, ufficio parrocchiale, servizi, etc.). Il livello inferiore dell’edificio è destinato agli spazi per le attività di ministero pastorale, comprendenti un ampio salone, 8 aule con possibilità di uso flessibile, i servizi e i locali accessori. Oltre ai predetti ambienti il progetto prevede anche la realizzazione di un corpo di fabbrica da adibirsi a casa canonica, comprendente l’abitazione del parroco, posta al piano più alto, e l’alloggio del vicario parrocchiale, ubicato al piano sottostante: entrambe le unità sono raggiungibili in maniera autonoma da quote diverse dell’area antistante. Il corpo di fabbrica della casa canonica è in rapporto organico con la chiesa, sia per la conformazione geometrica della pianta, che ha un lato concentrico all’edificio di culto, sia per la copertura degradante a guscio.

La sagoma dell’edificio religioso, sebbene appaia in definitiva piuttosto complessa dal punto di vista geometrico, è il prodotto di due generatrici fondamentali: una curva a spirale in pianta ed un elicoide nel verso delle altezze. Queste due generatrici de­terminano tensione geometrica tra le parti costitutive dell’edificio, pur nella ricerca di un equilibrio dinamico globale. Un terzo elemento determinante è rappresentato dalla direttrice verticale della torre campanaria, che si inserisce quale elemento di raccordo tra la parte più bassa e quella più alta dell’elicoide.

Una chiesa non è soltanto lo spazio fisico dell’adunanza dei fedeli, quanto piuttosto luogo simbolico, spazio interiore dell’individuo e della collettività, alveo in cui ritrovare la primigenia purezza dello spirito e dei sentimenti.

Lo sviluppo in pianta secondo una curva a spirale, simile alla conformazione di una chiocciola, mi è sembrata fortemente rappresentativa di una collettività aperta,  tesa ad un suo dinamico accrescimento; lo spazio dell’aula liturgica, infatti, piuttosto che limitato da un perimetro che “chiude” e “conclude” sé stesso, si dilata lateralmente secondo una direzione centrifuga. Allo sviluppo organico della pianta corrisponde l’incremento progressivo delle altezze secondo un andamento che  termina nel maggiore slancio della torre campanaria:  ne deriva una apertura quasi improvvisa dello spazio interno,  definito superiormente da una copertura strutturale in travi lamellari lignee, intorno ad un anello centrale illuminante, disposte secondo una raggiera che raccorda le differenti altezze della muratura di contorno. Una grande vetrata triangolare, secondo un piano verticale, collega le travi terminali della raggiera di copertura, rispettivamente disposte alla minore e maggiore quota. Lo spazio, prima contenuto e compresso in corrispondenza dell’ingresso, si espande poi in maniera circolare e sfuggente all’interno dell’aula, smaterializzandosi ogni confine murario nella corona di finestre triangolari poste al limite superiore tra le pareti e il soffitto, manifesta metafora della elevazione dello spirito.

In contrapposizione alla geometria piuttosto complessa dell’edificio, immagino un interno sobrio, privo di decorazioni che turbino il senso di uno spazio terso e rarefatto, definito dalle superfici avvolgenti delle pareti e dal soffitto curvilineo in travi lamellari, affidando il decoro dell’aula soprattutto ai colori caldi dei materiali naturali impiegati, quali il laterizio e il legno. Peraltro, i margini economici, che in molti casi non consentono a una gran parte delle chiese di nuova costruzione di superare la soglia della mediocrità, ci inducono a prescegliere soluzioni che puntino soprattutto a nobilitare, attraverso la forma dell’architettura, materiali semplici e poco costosi piuttosto che surrogare, con sforzo inutile e spesso dannoso, materiali ricercati ed elementi decorativi che appartengono alle chiese del passato e di cui non ci si può più permettere l’utilizzo per ovvie ragioni economiche e per la oggettiva carenza di maestranze adeguate. La scelta di una struttura moderna, quale autentica testimonianza del nostro tempo e delle correnti tecnologie edilizie, come l’impiego del calcestruzzo di cemento armato e della copertura in legno lamellare, non esclude l’utilizzo di elementi tipologici del passato, quali la pietra a vista, i mattoni, il cotto, il ferro, l’intonaco a calce e altri materiali tradizionali che saranno adottati anche al fine di legare l’edificio di progetto al tessuto edilizio circostante e alla memoria di un più antico passato.

Caratteri strutturali e tecnici dell’edificio;  materiali impiegati

Il territorio del Comune di Castel San Giorgio, già inserito, dopo il terremoto dell’80, in zona sismica di intensità S=6, è stato recentemente riclassificato per un maggiore coefficiente di rischio pari a S=9: di tale circostanza si deve tener conto nella previsione progettuale della struttura, considerata, peraltro, la ampiezza dell’aula di culto e la sua destinazione al pubblico. Si prevede che l’edificio, con struttura a parete portante in calcestruzzo di cemento armato, rastremata e inclinata internamente verso l’alto, abbia un solettone di fondazione su pali con graticcio armato convergente in senso radiale nel nucleo circolare centrale, corrispondente alla chiostrina aperta del piano inferiore, mentre l’aula religiosa, priva nella sua intera superficie interna di elementi strutturali di ingombro, potrà essere coperta da travi lamellari in legno ad andamento curvilineo costante, ancorate da una parte alla muratura perimetrale (nei punti di separazione tra i finestroni triangolari) e dall’altra alla già indicata ghiera metallica, con forma ad anello tronco-conico, posta in posizione zenitale rispetto alla zona di accesso al presbiterio. La parete perimetrale di calcestruzzo potrà essere realizzata per strati successivi, di limitata altezza e gettati per l’intero sviluppo sul piano orizzontale, garantendo, attraverso la continuità delle armature metalliche, il collegamento solidale dell’intera struttura. Il problema dell’isolamento termoacustico, da affrontarsi con particolare attenzione nelle strutture a pareti continue di calcestruzzo, può essere pienamente risolto con una coibentazione esterna del tipo “a cappotto”, che potrà essere realizzata per mezzo di pannelli isolanti  semirigidi.  Si esclude, pertanto, la finitura del cemento a faccia vista, sia per la oggettiva difficoltà di getti uniformi (dovuta alla conformazione non regolare della struttura e alla necessità di procedere per strati successivi), sia per la esigenza di realizzare la coibentazione, sicuramente più economica ed efficace se eseguita nella parte esterna dell’edificio. Si prevede quindi uno strato di idoneo rasante, posto a ridosso dei pannelli isolanti, a ciò appositamente predisposti, e la apposizione dei rivestimenti in pietra in corrispondenza di alcune parti dell’edificio. Nella parte più alta dello spazio dell’aula viene previsto un ballatoio di limitata larghezza, raggiungibile attraverso la scala della torre campanaria e non accessibile dallo spazio liturgico, che ha la funzione di consentire una agevole pulizia e manutenzione dei finestroni posti alla quota più elevata della parete perimetrale e interrompe percettivamente la notevole superficie della muratura di contorno nella parte di maggiore altezza. In asse con la corsia centrale della chiesa e quale elemento emergente della zona presbiteriale, viene prevista una abside rastremata con catino superiore, nella concavità della quale si apre un rosone, a forma di stella, riportante una croce greca con vetri colorati legati a piombo. Il rivestimento esterno dell’abside, come pure del fianco cuneiforme della torre campanaria e dei corpi di fabbrica adiacenti all’aula liturgica, sarà realizzato in pietra chiara campana del tipo “calpazio”.  L’intradosso della  copertura, come già descritto, è caratterizzato cromaticamente dalle travi lamellari e dalle superfici triangolari a palanche accostate in legno, collocate tra una trave e l’altra; per l’estradosso si prevede uno strato di copertura in conglomerato leggero di perlite, opportunamente coibentato e impermeabilizzato, ed un rivestimento, nella parte esterna, di elementi laminari in rame con processo di ossidazione preventivamente controllato. Per la pavimentazione dell’aula di culto saranno impiegate piastrelle in cotto napoletano e lastre di marmo del tipo “giallo oro” levigati in opera (alla maniera della Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli),  con un disegno delle fasce in pietra che segua l’andamento radiale delle travi di copertura. La scelta di questi materiali naturali tiene conto dell’effetto cromatico a toni caldi del cotto,  in armonia con il materiale impiegato per le superfici perimetrali, e del costo notevolmente più basso rispetto ad un pavimento decorato che fosse realizzato completamente in pietra.

Si sintetizzano di seguito gli aspetti che caratterizzano le parti fondamentali dell’edificio, sottoposte a revisioni e modifiche in seguito alle osservazioni rispettivamente delle commissioni Liturgica e di Arte Sacra della C.E.I. e successivamente accolte con nota del 6 luglio 2001:

a)  Impianto liturgico

La disposizione dell’aula religiosa, mira a collocare ogni elemento liturgico in uno spazio ben caratterizzato, evitando la sovrapposizione dei segni e la interferenza delle funzioni.

–         l’ambone è stato avanzato al limite della zona presbiteriale,  per essere il più vicino possibile all’assemblea;

–         l’altare è stato ridotto in lunghezza per dargli forma quadrangolare più compatta;

–         l’organo è stato inserito in un vano laterale aperto per fornire maggiore superficie al coro e più ampia visibilità dello spazio presbiteriale;

–         è stato inserito un rosone nell’abside quale punto di vista focale per l’assemblea, in asse con l’altare;

–         il battistero si avvale di uno spazio semicircolare a nicchia, sufficiente per accogliere i partecipanti, ben caratterizzato e facilmente visibile dall’assemblea;,

–         la penitenzieria, posta tra la cappella feriale e il battistero, ma da questi distinta, è stata collocata in uno spazio  quadrangolare sufficiente ad accogliere due confessori;

–         il corridoio di disimpegno semicircolare, che collega l’ufficio parrocchiale (accessibile anche direttamente dall’esterno) con la sagrestia, per la sua posizione centrale e il doppio accesso,  consente ai celebranti di raggiungere agevolmente il presbiterio, direttamente o, attraverso la corsia centrale, in corteo processionale;

b) Casa canonica

Il corpo di fabbrica da adibirsi a casa canonica è collocato nello spazio immediatamente adiacente all’edificio religioso: la sua conformazione non è regolare, sia per la geometria piuttosto vincolante dell’area di risulta, sia per una precisa scelta progettuale, dovendosi la sua sagoma armonizzare con l’andamento organico e curvilineo della chiesa. Fermo restante il predetto vincolo, nel progetto allegato è stata razionalizzata la sua distribuzione interna.

Il piano superiore è stato adibito ad appartamento per il parroco, mentre quello inferiore, con accesso separato, ad alloggio autonomo per il vicario parrocchiale. Nel disegno della casa canonica si è tenuto conto del rispetto della superficie parametrica di riferimento, che è pari a complessivi mq.210. E’ stata inoltre prevista una siepe alta di separazione tra l’abitazione e il retrostante campetto da gioco.

c) Locali di ministero pastorale 

Risultava nel primo progetto presentato nel ’98, che alcune aule per il ministero pastorale non erano naturalmente illuminate e ventilate: ciò era dovuto al fatto che la grande superficie del piano sottostante all’aula liturgica, utilizzata per tale destinazione, non aveva la possibilità , almeno nella parte centrale, di esposizione diretta verso l’esterno. Si ricorda che la scelta di utilizzare il piano sottostante alla chiesa per i predetti locali è risultata vantaggiosa, sia per la notevole economia del suolo e dei costi strutturali,  sia per la presenza, nel caso specifico, di un consistente dislivello naturale del terreno, che consente al piano inferiore di trovarsi, per gran parte, completamente fuori terra, con accesso diretto dalla strada e dalla parte opposta rispetto al sagrato,  non interferendo perciò in alcun modo con le funzioni liturgiche.

La soluzione del problema, così come proposta nei grafici allegati, consiste nella previsione di  una chiostrina centrale,  di adeguata ampiezza e in parte aperta all’esterno con conformazione ad imbuto,  che consente alle aule interne di essere naturalmente ventilate e illuminate. Tale soluzione progettuale consente, peraltro, di separare gli accessi dall’esterno alle aule didattiche e al salone, rendendone indipendenti le funzioni, mentre è possibile all’interno comunicare tra i predetti ambienti. Il salone è stato dimensionato esattamente al valore di mq.200 (esclusi i vani accessori), così come indicato dalla tabella parametrica della C.E.I. tuttora vigente.>>

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a cura di Francesco Lauro

– pubblicato da Vincenzo Lauro

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Parrocchia di San Biagio di Lanzara

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